Saturday, June 4, 2016

La solitudine e gli occhi vivi di Muhammad Ali

(tempo di lettura 3'50'',  riletto ascoltando Mazzy Star, Fead into you)

Ci sono diverse sfumature che legano i colori della solitudine. Nella mia mente mi piace sempre pensare al silenzio tipico in cui il conteggio dei prima quattro, cinque secondi ti aiuta ad evadere in una dimensione superiore. Difficile far finta di nulla, difficile coinvolgere il mal d'Africa con un viaggio decisamente introspettivo. Per alcuni e' solo questione di evasione, per altri di spiritualità o forse speranza. Nel mio di caso, forse perché sono stato più fortunato rispetto alla media, la solitudine e' un viaggio nel bosco, con o senza il cane privo di guinzaglio. Non so perché, ma mi piace pensare al senso dell'orientamento messo alla prova da un ambiente sicuramente comune, almeno fino al momento in cui non ti accorgi di aver oltrepassato la soglia della dimestichezza quotidiana.

Ho ammirato Muhammad Ali per quasi venticinque anni. Dico venti perché a forza di entrare e uscire dalla stessa porta, perdi la concezione di cosa conta e cosa invece potresti tranquillamente lasciar perdere. Se proprio devo essere sincero, il ricordo che porto dentro me stesso e' legato ad una sera del lontano 2006 quando reduce dalla finale dei pesi massimi Vladimir Klitschko contro Calvin Brock al Madison Square Garden di New York, entrai in un deli dell'East Side per comperare qualcosa da bere e cominciai a scambiare due parole con la persona che stava dall'altra parte del banco. Gia', il banco. Da noi in Friuli il banco e' sinonimo di saggezza, con o senza la classica via di fuga legata all'etilometro, ma in quel contesto era tutto decisamente diverso. Armato di una macchina fotografica esteticamente brutta con pixel a sufficienza, mostrai al mio compagno di viaggio del momento una foto di “Ali boma ye”, il più grande di tutti i tempi. Se ami lo sport, se cerchi un luogo comune che ti aiuti a rimanere forte anche quando forti non siamo, beh non c’e’ personaggio migliore per trasformare la tua solitudine in un senso di energia pura che ti aiuta ad andare avanti, sempre e comunque.

A quei tempi, anche se per alcuni può sembrare inappropriato, insomma le macchine fotografiche non conoscevano internet. I telefoni erano ancora sulla cresta dell’onda del Blackberry e con tutto rispetto alla melodie che comincia con il si bemolle, la mia foto non poteva che essere vera. Mi ricordo come fosse oggi. Ero assieme al decano Massimo Lopez Pegna, aspettavamo l’evento principale. Mi ricordo che mi avevano parcheggiato nella famosa tribuna nord del vecchio Madison Square Garden che oggi non esiste più. Grosso modo al sesto piano, lontano dagli occhi di dio. Massimo, sin dalla sala stampa, mi aveva fatto capire che avrei potuto sedermi accanto a lui a due passi dal ring. Per me il ring e’ sempre stato Paolo Vidoz prima ancora che Stefano Zoff. Io gli ho seguiti quasi fino all’ultimo in giro per l’Europa e il mondo, loro combattevano, io scrivevo. Insomma, per quanto misero e in cerca di fortuna in un'America che non mi aveva ancora ospitato, sentivo che avevo il diritto di osare. Gia’, osare... un gioco da ragazzi.
Il mondo della boxe americana, anche se oggi miseramente in declino, puzza di steak house. Vedi cose che oggi non esistono più, papillon e donne finte sulle file centrali. Gente con capelli impensabili, boss mafiosi di ogni razza e celebrity in cerca della loro grazie mentre due disgraziati spesso nati e cresciuti in maniera non del tutto agiata, se le danno di santa ragione. Per la cronaca alle mie spalle c’era Bert Sugar, lo scribo con il sigaro in mano, sulla sua sinistra del personaggi che scaldavano l’indice della mano per far fronte alle macchinette che contano i colpi quando, quasi come da programma, il Madison si lascio’ andare con uno dei suoi boati. Apro una parentesi. I boati del Madison Square Garden si portano dietro i fantasmi del passato. L’altra sera in televisione guardando gara 1 delle finali Nba, stavano pubblicizzando il remake di Ghostbuster usando Carmelo Anthony, Spike Lee, Kristaps Porzingis e Walt Frazier. Partivano dal piano terra di Penn Station per arrivare a Time Square in cerca di creature verdastre. Io, visto che a volta mi assumo la responsabilità di dire che non capiscano una mazza, sarei rimasto al Madison dove, quando rimani solo nei pre e dopo partita, la puzza di popcorn ti porta indietro nel tempo. Evadi in un viaggio nel tempo ad occhi chiusi che ti li fa vedere tutti quanti, uno alla volta. Sono i fantasmi del passato che ti parlano in silenzio, da Carnera all’inchiodata di Starks in faccia a MJ. Da Sinatra a Freddy Mercury, tanto per par condicio.
Ma ritorniamo al boato di quella sera. Quello di cui tutti parlavano prima dell’incontro principale era vero, Muhammad Ali aveva deciso di andare a vedere l'incontro di sua figlia Laila. Il boato era il benvenuto del Madison Square Garden al più grande di tutti i tempi. Dovessi usare un hashtag, direi respect, di fatto come lo indicai con il dito a Massimo, il decano parti senza esitare facendosi largo tra la folla dei curiosi in nome del pass stampa. Arrivammo a cinque metri, Ali era seduto in prima fila a bordo campo, Massimo cercava di avanzare ancora di qualche passo, quando io mi fermai con paura di essere allontanato dalla sicurezza e tirai fuori la mia macchina fotografica. Una, due foto con zoom a livelli nemmeno massimo e la speranza che i pixel fossero dalla mia parte. Risultato Muhammad Ali era in prima pagina su Profumo di vaniglia. La foto era emblematica, lui tremava, non parlava, ma gli occhi erano vivi e ti sfidavano. Sfidavano e comunicavano con chiunque fosse a portata del suo radar. Accanto a lui, Dustin Hoffman, se questo può ancora interessare.

Ecco, questo era quello che cercavo di spiegare all’omino del deli dell’East Side, il quale nemmeno troppo sorpreso e fin troppo abituato a personaggi vicini alla mezzanotte, mi guardava e sorrideva quasi a confermare tutte le mie verità, o almeno questo era quello che mi faceva credere. Penso che eravamo sulla terza e decima strada. Lui si lascio’ andare con un ghigno sicuramente propositivo, mentre io, in qualche modo, avevo completato un altro sogno del mio viaggio partito da lontano: arrivare a vedere il più grande dal vivo a dieci metri di distanza. Punto.
Se ricordo bene, quella sera ero capitato dalla parte dell’East Side perché rispetto ad un’estate spesa con degli ottimi compagni di viaggio, ero in un periodo in cui sopravvivevo da solo. Ero forse in cerca di qualche musa mettendo alla prova l’abilita’ delle notte newyorkesi ma per una volta, di fronte al dato di fatto, non feci altro che comperarmi un pacchetto di "M&M’s" da un dollaro e cinquanta e puntare diritto alla linea gialla a Union Square, direzione Astoria. Per una sera, la mia musa era una fotografia che provava la mia gloria. Una fotografia che rendeva giustizia alla mia solitudine, a quella di tante altre volte in cui ti senti di mollare e invece devi crederci fino in fondo. Sempre.

Oggi a distanza di dieci anni, per dovute circostanze legate al 3 giugno 2016, mi sono messo a cercare quella foto. Al momento non l’ho ancora trovata. Era sul primo e unico profumo di vaniglia che oggi esiste solo negli archivi di un leonardo.it. che non riesco ad aprire, almeno non in questo momento.
Che storia il mio profumo di vaniglia. Il nome e quei ricordi a distanza di anni mi trasmettono ancora un amore incondizionato, un’essenza al di sopra delle righe. Emozioni che viaggiano nel tempo condite da una colonna sonora del momento in perfetta solitudine. Una solitudine che mi ha sempre fatto sentire forte, con o senza la parola cevapcici a portata di mano, con o senza gli occhi vivi del piu' grande di sempre a testimoniare il potere encomiabile della parola silenzio. E allora, visto che romantici e sognatori non pongono mai limiti al caso, oggi ho cavalcato la mia onda del sabato mattina e ho deciso di scrivere queste cose proprio la dove la ricerca su google mi ha portato indietro nel tempo: 16 novembre 2008.
Che dire, se trovo la famosa foto che ho perso tra un hard disk e un lap-top che non esiste più, prometto che la pubblico, intanto, per un altro giorno ancora, non mi resta che lasciarmi andare con l'unica frase che mi ricorda Muhammad Ali in tutta la sua grandezza: Ali boma ye. #respect

Ps. chiedo scusa se l'apostrofo viene usata come accento, la tastiera non mi ha accesso diretto e devo correggerle una ad una.

Sunday, November 16, 2008

Belinelli nel NJ: quasi ci siamo


(tempo di lettura 1’11”. Scritto ascoltando Buena Vista Social Club con De Camino a la Vereda)

Preso alla distanza, non ci resta che aspettare. Dicono che Don Nelson fa i capricci, anzi con o senza Radiohead a portata di mano - concordo con quanti li vogliono inserire nelle prime venti band di tutti i tempi - si fa prima ad aspettare che si alzi con il piede giusto. Poi e' fatta, Beli ai Nets e domani e' in altro giorno. Unico rischio in chiave futura, le rotazioni del nanerottolo Frank, uno che con quei suoi cambi con l'orologio, e' in grado di spaccare i ritmi quando meno te lo aspetti.
Di fatto, meglio lui che Sam Mitchell, visto che mentre lo staff dei Belinelli aspetta il via libera da San Francisco, Toronto e Gherardini non demordono e rimangono alla finestra per cercare di portare in Canada il secondo italiano.

Intanto, ritornando al Bel Paese, tra la schiena di Gallinari che non gioca per almeno sei settimane - un cinque basso a quanti lo volevano out per tutta la stagione - e il movimenti di mercato di Belinelli, chi se la gode e' un Bargnani che mi ricorda molto il primo vero Nowitzki, visto che l'ultimo paga ancora i fantasmi di Wade, Riley, Shaq e un titolo che sembrava giá vinto.
Un Bargnani che gioca una pallacanestro finalmente solida, convinto e forte anche di questo nuovo ruolo che toglie qualche scheletro nell’armadio a Sam Mitchell: Bargnani da numero tre non e’ mai stata una bestemmia, ma evidentemente i tempi logici non sono sempre gli stessi.
Ma meglio cosi’, anche perche’ la Dallas che questa sera si e’ presentata in quel del Madison Square Garden, pare essere una squadra ancora con delle ferite aperte. Forse, ma lo dico con il coseno di poi, e’ tutta colpa di quel control game nato dalla sconfitta contro Miami. Non appena questa squadra comincia a correre infatti, cambia tutto, ma veramente tutto.

Il resto e’ solo storia dei giorni nostri, con l’emozione di ammetere che Jason Kidd in campo mi regala sempre un sorriso. Con la consapevolezza che Allen Iverson a Detroit sembra avere intenzioni serie, ma come sempre per tutto questo c’e’ ancora tempo.

Sunday, November 9, 2008

Belinelli: prossima fermata costa East

(tempo di lettura medio 1'34''. Scritto ascoltando varie di Coldplay)

Ascoltando Coldplay, dalla prima all'ultima, tutto può ancora succedere. Si parla anche di Marco Belinelli nella costa East e se non faccio il nome, e' solo perché ho promesso a piu' di qualcuno di non dire nulla nessuno. Per adesso siamo in pochi, diverso sara' fra qualche giorno, non appena Maggette rientra dall'infortunio e lo scambio
duventera' ufficiale.
Bella storia questa del Beli, di nuovo protagonista in una squadra degna di nome e cognome. Anche se non mi fido del nanetto, spero che i cambi con l'orologio non spacchino il ritmo al cavallo di razza, perché' il talento ancora una volta non si discute.

Intanto, sempre per la solita del tira avanti e non molla, approfittando di un viaggio di sola andata per il Garden, ho trovato modo di scrivere qualcosa dopo i vari tentativi. C'erano le bozze di martedi' sera, quando grazie a Barak Obama l'uomo e' ritornato una
seconda volta sulla luna.
C'erano gli scritti dedicati ai 92 anni di mia nonna Teresa, donna delle valli che, tra un monte e l'altro tra Forame e Nimis ti portano diritto in Slovenia, confine dove durante la Prima Guerra Mondiale si massacravano italiani e austriaci. Dove, tra un ricordo e l'altro, c'è anche l'amarezza di non averla potuta abbracciare per un'ultima volta prima di un mazzo di fiori su una lapide troppo comune. Storie di un'America che prova a cambiare mentre conto le settimane dal ritorno a casa.

Forse, cambiando discorso, si fa prima a scommettere sulla ruota di Detroit o quella di Phoenix, visto e considerato che per una volta, vanno ancora di moda la vecchia guardia. Penso che sia Allen Iverson che Shaq O’Neal hanno ancora qualcosa da dire in chiave corsa al titolo.

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Monday, October 27, 2008

Patrick Ewing Junior: al cuore non si comanda



















Lorena il barbiere di Franklin Ave dove tutti aspettano Obama presidente.

(tempo simbolico di lettura 1'43''. Scritto ascoltando Viva la Vida di Coldplay)

E allora forse ci siamo, dedicata a Giacomo da Brescia - leggi Il Giornale di oggi martedi' 28 ottobre in cronaca sportiva - autore di un tiro da meta' campo che e' valsa il mio ritorno alla carta stampata a sette mesi da quel Kobe targato Gazzetta. Storie di un italiano in America alle prese con un sistema che funziona anche a grazie a casualita' del caso.
E allora forse ci siamo, dedicata a quelli che pagano il biglietto in prima fila, sicuri che lo spettacolo e' quasi sempre assicurato. Anche se esce femmina o, meglio ancora, e' solo una questione di luna piena. Come quando usi Facebook per cercare il compagno d'asilo e poi ti esce fuori, sulla ruota del tanto io non ce la faro' mai, niente meno che Margherita Grambassi.
E allora forse ci siamo, dedicata a quelli che passono con il rosso e poi si fermano in piena corsa per chiedere il risultato della partita del cuore. Un po' come quando in mezzo ad un Madison Square Garden ben lontano dal tutto esaurito di turno, qualcuno ha cominciato ad urlare "Pat Ewing Junior". Un nome e una leggenda che hanno strappato un sorriso al celebre Mike D'Antoni, un abile se non altro a regalare al figlio del mitico 33 dieci e passa minuti di gloria. Una "bomba" dall'angolo, due schiacciate con uomo addosso e la voglia di ricominciare la prima stagione senza Isiah dai ricordi che hanno scritto la storia. Saranno anche i vecchi Knicks, ma il gioco di parole, anche solo per cinque secondi, ha fatto venire la pelle d'oca ai diecimila presenti in sala per un derby a dir poco spento contro New Jersey.
E allora forse ci siamo, dedicata a quelli che sognano un'entrata in campo a braccia tese. Un gesto di stizza a quel pallone che mette tutti d'accordo e che, a secondo dei partiti e dei colori, riesce a creare delle divisioni fin troppo politiche per essere lasciate al caso. E' vero Isiah Thomas, e poi dicono sempre lui, ha davvero dimostrato che l'anno della Tigre non e' sempre sinonimo di guerriero con la spada. Accusando la figlia di aver abusato di qualche sonnifero di troppo, non ha solo mancato di rispetto a chi gia' soffre di per se, ma ha deriso lo sceriffo di turno che, puntuale, ha smentito al volo: no hanno ricoverato e abbiamo soccorso un uomo di 47 anni e non certo una ragazza di 17. Come dire, piove sempre sul bagnato.
E allora forse ci siamo, dedicato a Danilo Gallinari, con la speranza di uscirci presto a cena e scoprire l'altro lato della medaglia di una New York che non ha ancora bisogno dei titoli di coda. Anzi, visto che oramai e' tempo di "opening night", vi dico che e' giusto ricominciare da Celtics e Lakers per un semplice motivo che quando impari a vincere, beh tutto viene piu' facile. E' vero avrei voglia di parlarvi della partita vinta dai Giants ieri a Pittsburgh, ma poi finisco per uscire da un luogo comune che mi ricorda un uomo a caso, Pierpaolo Bordin.
E allora forse ci siamo, dedicato a Michele Lugan, Alex Perbellini, Maurizio Pedrazzini e Michele Feresin, gli ultimi aggiunti di un mondo chiamato Facebook. Gente che non ti aspetti e che ti strappa un sorriso nel mezzo di una sera destinata ad essere ricordata per un semplice motivo: come scriveva sempre il mitico Alessandro Trampus nelle mail di fine mese, ricordati Mitja, me l'hai insegnato tu: puoi alzarti quanto presto vuoi al mattino che il tuo destino si e' alzato prima di te.

Wednesday, October 22, 2008

Boston e' piu' forte di prima

(tempo di lettura simbolico 2'14''. Scritto ascoltando i Gispy King con Volare).

L'uomo della svolta e' alto abbastanza da ricordarti un giocatore di pallacanestro, un italiano all'estero o anche solo un brava persona. Parla e ti guarda negli occhi come un cerbiatto non piu' intimorito che sa correre, saltare e ha capito che al club dei prediletti non si arriva poi tanto per caso. No chiamarsi Danilo Gallinari a New York e' giá una conquista e il merito, alla faccia dei Gonzalez di turno, e' solo suo.
Brillante, intelligente al punto che dieci minuti di conversazione passano in fretta e la stretta di mano e' solo un arrivederci alla prossima puntata. "La storia della D league l'hanno inventata i giornali - attacca senza il minimo filo di polemica, tipico di un Bargnani che non ha voglia di rispondere - io non ci ho mai creduto. E'
vero ho male ad una gamba, ma la schiena regge e fra due, tre giorni se tutto va bene, comincio con il cinque contro cinque. Onestamente non vedo l'ora. Penso che saro' pronto per la terza di campionato, difficilmente all'esordio riusciro' a mettere piede in campo".
Il tutto mentre il registratore corre e i pensieri vengono fuori veloci e in maniera spontanea. Una sorta di prima puntata che mi piace e, neanche fossimo
alle comiche, funziona.
Mentre fuori, gli italiani che affollano il Garden si sentono e si vedono con una frequenza che spaventa. Mentre fuori Boston rulla New York con la mano sinistra e la
destra in tasca al punto che mi hanno fatto una gran bella impressione. Ad essere onesti, non gli ho mai dati per favoriti ma dopo quaranta di preseason al Madison, mi hanno fatto impressione. Pensavo che la partenza di James Posey avesse cambiato qualcosa, invece questi sono più forti dello scorso anno. Quadrati, sicuramente esperti e con un panchina abbastanza lunga da proporre un secondo quintetto che sta in campo da da solo. Guarda a caso quello che mancava assieme ai dubbi dello scorso anno e che invece nel mese di ottobre, assomiglia molto ad un piano ben congeniato.
Se poi penso che spess campioni si diventa a suon di vittorie e anelli al dito, allora trovo pure il sano pretesto che mi porta al concetto di back to back. Se ci sono riusciti lo scorso anno, figuriamoci questo.
Ma questo e' un concetto diverso, una storia che mi fa venire in mente i lanci di Eli Manning e la sicurezza tipica di chi, dopo aver vinto qualcosa, diventa ancora piu' forte e difficile da battere.
Il resto e' solo storia di un martedi' sera nella Mela, anche se con questo Gallinari e con questi Celtics e' stato difficile non emozionarsi. E se penso che siamo appena agli inizi, allora non resta che sperarci ancora.


Per leggere l'intervista e ascoltare l'audio in inglese di Doc Rivers clicca qui

Sunday, October 19, 2008

A due settimane dalle elezioni


Un supermercato russo di Brighton Beach

(Tempo simbolico di lettura 2'23''. Scritto ascoltando Patience dei Guns N' Roses)

Seduto con un bicchiere di spritz di fronte al mare dei miei sogni, trovo il tempo anche per capire l'importanza di un giorno come un altro. Un compromesso prima di passare dal via o, anche solo una scorciatoia con vista oceano e la consapevolezza che tutto puo' ancora accadere.
O almeno, anche questo potrebbe essere il gusto di ricominciare che fa sempre rima con raccontare. E le analisi da domenica sportiva, se ancora esiste, le lascerei a quelli che il basket lo hanno sempre voluto scomporre come fossi di fronte ad una formula chimica. Una composto di elementi ciascuno figlio di una storia diversa. No, io proprio non ci riesco.
E poi, ci lamentiamo se il basket del Bel Paese e' alla frutta. Se le cose non funzionano e la nazionale, figlia dei Belinelli, dei Bargnani e dei Gallinari, non corre come dovrebbe correre. Non risponde in curva per il semplice motivo che non va nemmeno in moto.
Beh, mi chiedo cosa ci sia in comune con una societa', quella che interpreto attraverso le righe dei quotidiani, in cui si racconta di presidenti e ministri attenti alla priorita' economica. Attenti a guadagnare tempo quando e' proprio il tempo a star male. Mi chiedo se e' colpa nostra o e solo colpa mia. Una guerra di concorsi in attesa di ammettere che alla fine nessuno sta ancora facendo nulla. Una battaglie di cause a fondo perduto.
E lo dico pensando alla solita legge della causa ed effetto, quella del tutto era prevedibile o anche solo, se non programmi le cose per tempo, alla fine ne paghiamo le conseguenze.

In America e' diverso. Diverso perche' tutti non vogliono parlare di questo Bush che sta per lasciare. Vergogna, rassegnazione o solo consapevolezza che e' sempre andata bene e bene andra' anche la prossima volta. Un ottimismo fin troppo repubblicano per non ammettere che Obama e' ad un passo da un cambiamento a dir poco storico. E' vero, il cambiamento e' cosi' scontanto che pare difficile per non dire lezioso. In molti ci pensano e ci ripensano quasi fosse una questione molecollare. Un microscopio a portata di mano e una paura mediatica che non fa uscire la gente di casa. New York, almeno quella che incontro ogni giorno sui marciapiedi di un vellutato Lower East Side, cambia in maniera radicale tra i primi tre giorni della settimana e il venerdi' sera quando le strade diventano a dir poco popolate.
Forse si fa prima a prendere tempo, non il clima che cambia e l'Italia che chiede un ridicolo aiuto, quanto il semplice concetto che fra due settimane avremo un nuovo presidente e un nuova linea economica in grado di regalare qualche nuovo aggiustamento a lungo termine.

Se poi volete parlare di pallacanestro, vi dico che le probabilita' che Gallinari finisca in D league sono ridotte. Walsh e D'Antoni non hanno voglia di prendersi le prime critiche della stagione legate ad una prima scelta sbagliata, sopratutto quando in tv come dal vivo, ti accorgi ad occhio nudo che questi Knicks sono tutta un'altra cosa rispetto ai disastri di "Isiah chi?". Certo l'infortunio alla schiena non ci voleva, ma siamo ancora agli inizi. Se e' presto per parlare, se e' troppo presto per pensare, figuriamoci per commentare l'ultima di Magic: "Garnett diventera' un grande quando fara' canestro nei momenti finali della partita". Difficile dargli torto, figuriamoci ragione.

Wednesday, October 15, 2008

Martedi' 14 ottobre



(tempo di lettura 1'45''. Scritto ascoltando Areito di Juan Luis Guerra)

Questione di speriamo "io me la cavo" e allora anche se sbagli metro può andare. Dopo tutto c'è sempre da imparare, anche quando dopo tre anni cominci a credere che quasi ci siamo e invece, senza cercare banali scuse, ti rendi conto forse manca qualcosa. Un sassolino nella scarpa o anche solo la voglia di raccontare il prossimo episodio quasi fosse un tributo ai pirati e la nave nascosta.
Questione di speriamo "io me la cavo", mentre su Danilo Gallinari non c'è molto da scrivere: corre, tira e fa riscaldamento con i compagni anche se di fatto, e' ancora alle prese col mal di schiena. Un fedele cinque contro zero in allenamento e un dolore che non si intensifica e rimane costante. Per i medici siamo sulla via della guarigione anche se tutto, almeno a primo naso e' diverso. Lui? Piu' che ottimista anche perche', con o senza il numero 8, si capisce lontano un miglio che non e' Bargnani o Belinelli.
Ma e' anche vero che siamo appena agli inizi e allora si fa prima a raccontare di un Madison Square Garden subito familiare a quei venti, trenta italiani che hanno timbrato il cartellino con una semplicita' che fa rima con fedelta' e la dice lunga sulla nuova moda a stelle e strisce del Bel Paese. Una voglia di basket che regala curiosita' e mi fa pensare a questi Sixers così diversi e così presuntuosi rispetto a quelli del braccio di ferro primaverile con Detroit. Brand e' ancora in fase di rodaggio, Andre' Iguodala no e questo mi spaventa perche' come insegna Tom Petty, il cielo e' l'unico limite.
Intanto, comunque vada Daniel Hackett, via Sport Illustrated, dopo Facebook ha scelto James Posey, uno famoso abbastanza da predicare una pallacanestro fuori dal comune, dove Boston non e' Miami ne tanto meno New Orleans. O forse sono solo i nuovi giovani e le bandiere di un basket che cambia.
Questione di speriamo "io me la cavo", mentre fuori la borsa respira (non so fino a quando) e ai baracchini c'e' gia' chi ha comperato la maglia di Gallinari. Una faccia da Yankee qualsiasi mentre Obama non fa piu' paura e i fischi dello scorso giugno al Draft sono solo il ricordo di un dentifricio troppo mentolato. E' vero dovrei dirvi di Brett Favre, ma alla prima da quel famoso autobus cinese ché mi portò a Boston, beh ne e' passata di acqua sotto i ponti e tanto vale fermarsi qua. Domani, brodino o brodetto e' un altro giorno.

Friday, May 30, 2008

Shaq cambia casa, Doug Collins firma per i Bulls

Shaq cambia casa a Phoenix. Alle prese con un bombolone alla crema di troppo, esco nel cuore di Soho e mi trovo davanti a Shaq. Lui, spensierato come sempre, camminava dalle parti di Lafayette, zona Caffe Falai. Alle prese con modelle piu' magre e snelle, stava girando uno spot pubblicitario. Uno dei tanti, visto e considerato che l'unica buona nuova che si e' letta sui giornali a riguardo, parlava del suo nuovo acquisto: una villa a Paradise Valley. Appena fuori Phoenix, pare che il centro dei Suns ci abbia messo un bel po' a decidersi, prima ovviamente, di fare centro sulla southwest di Lincoln Drive e Scottsdale Road. Si parla di 9400 foot square con due acri dedicati al golf, una parte di giardino attrezzata per varie discipline sportive campetto da basket incluso e 7 garage. La villa era appartenuta in precedenza all'ex stella di Cardinals e Dallas Cowboys Emmitt Smith, running back di lunga data.

Lakers a Ovest, Boston a Est? Difficile per un tifoso come tanti ammettere che i Lakers hanno la squadra piu' forte in circolazione. Ne sanno qualcosa i mal capitati Spurs, campioni uscenti che hanno onorato delle finali di conference senza storia. Anzi, considerando che fino ad oggi se ne sono sentite di tutti i colori, penso che la metamorfosi dei losangelini stia facendo la differenza. Kobe e' vicinissimo al secondo titolo di Mvp della stagione e per la prima volta dopo anni di usure, a ovest si arriva in finale senza patemi o sfide da ultimo secondo. Sara' contento David Stern che senza capire i vari perche', ora si sfrega le mani in attesa di capire se i Celtics valgono davvero il titolo a Est. Detroit, troppo incostante e mentalmente labile, e' una squadra che fa fatica a tenere alta la concentrazione e allora, la storia insegna che questi limiti sono di vecchia data. Anzi, senza parlare di Cleveland e del James dello scorso anno, questi Celtics sono arrivati dove volevano arrivare privi dell'identita' delle squadre di una certa fascia.

Doug Collins a Chicago. Sembrava un azzardo fino a qualche settimana fa e lui, il diretto interessato, nelle dirette tv di queste finali di conference, non si e' mai fatto scappare un dettaglio in grado di fare la differenza. Ma ora sembra tutto fatto, tanto che a giorni se non a ore, John Paxson dovrebbe ufficializzare il suo ritorno sulla panchina dei Bulls. Proprio lui, l'uomo di cui Micheal Jordan chiese la testa prima del rimpiazzo con Phil Jackson. L'uomo che MJ un paio di anni piu' tardi, decise di volere accanto prima di chiudere la carriera in maglia Wizzards.

Wednesday, May 28, 2008

Danilo Gallinari: New York aspetta il suo Kukoc


E' tutta colpa di Mike D'Antoni. Del suo basket simpatia, della sua voglia di cambiamento e un italiano cosi' fluente che ha messo tutti d'accordo. Dal momento che i Knicks devono pescare con il numero sei, tanto vale farlo bene e tanto vale andare da Danilo Gallinari. Almeno questo e' il parere della stampa della Grande Mela, una pressione mediatica che da qualche giorno continua a non parlare d'altro. Come dire, se Mike D'Antoni gli ha gia' conquistati con questo italiano fin troppo fluente e abile da ordinare antipasto e contorno nei ristoranti della New York tricolore, allora tanto vale fidarsi e scegliere il primo europeo di un Draft strano. Meno bello di quello dello scorso anno, piu' spettacolare di quello che ha portato Andrea Bargnani nel Nuovo Mondo con l'appellativo di prima scelta. Guarda a caso un biglietto da visita che lascia il tempo che trova. Almeno se pensiamo alle idee di coach Mitchell e alle continue voci di trattative per un passaggio ai New Jersey Nets.
Sara' vero? Intanto, visto che anche i dei del basket hanno la loro parte, ci ha pensato Micheal Jordan a dare credito al neo coach dei Knicks. Dalla sua Charlotte, coccolandosi Larry Brown MJ ha apertamente dichiarato di amare le linea D'Antoni e un rinnovamente fin troppo palpabile nei corridoi del Madison Square Garden.
Il resto, con Detroit che si autoannulla come sempre quando arriva in finale parla niente meno che delle solite piste: i Knicks hanno bisogno di un giocatore che tecnicamente e tatticamente e' uguale a Danilo. Gallinari, che di nome va Vittorio, era compagno di squadra di Mike D'Antoni e New York, primo porto per tutti i visitatori provenienti dal Vecchio Continente, ha un bisogno matto di giocatori "anti ghetto" tanto inutili per Isiah Thomas ma tremendamente abili a riempire il palazzo nei momenti morti del campionato. A Natale come a Pasqua, piuttosto che al via o alla fine.
Poi il resto della storia parla di un'America che vede nel figliol prodigo milanese il nuovo Toni Kukoc. Un modo come un altro per mettere fine ai dubbi del giorno prima, quelli che dicono ma perche' un europeo o tanto meglio, un italiano, dovrebbe essere meglio di un talento universitario americano. Ma forse, ancora una volta, ha ragione Mike. Lui se la ride sotto i baffi mentre New York comincia ad imparare e aspettare chi e' Danilo Gallinari.

Monday, May 12, 2008

D'Antoni e la ricostruzione dei Knicks, Davis e quella dei Warriors

Mike e la Grande Mela. Non si parla d'altro, almeno negli ambienti visto e considerato che Steve Kerr ha tranquillamente annunciato che ha bisogno di un mesetto abbondante prima di annunciare il nome del nuovo coach (Dan Majerle?). Di altra opinione la sponda Knicks, dove tra Marbury e Carry, D'Antoni avra' il suo bel da fare per mettere a posto una squadra che a contratti e minimi salariali e' una delle piu' care della lega. Poi, visto che l'arrivo di un coach serio ha mandato in delirio la Grande Mela, c'e' gia' chi ha azzardato ad un nome e un sogno: adesso che c'e' Mike, perche' non pensare anche a Lebron James.
Piu' logica invece, la possibilita' che il vecchio marpione di Tracer e Billy possa strizzare l'occhio, sempre che la lotteria del draft sia d'accordo, al nostro Danilo Gallinari. Se i Knicks pescano alto - rispetto alla media delle derelitte - si potrebbe anche fare.

Baron Davis e le beghe contrattuali
. Pugno duro in casa Golden State dove a qualche settimana dalla fine della stagione regolare, il front office ha fatto capire di non essere troppo convinto a limare in alto il contratto delle sue stelle. Il primo a rendersene conto e' stato niente meno che Baron Davis, il main protagonist delle ultime annate da urlo dei tifosi di San Francisco. Piuttosto, ora comincia ad avere un senso l'addio prematuro dello scorso anno di Jason Richardson, un addio che aveva colto impreparati molti degli appasionati del basket a stelle e strisce. In altre parole, almeno ritornando a Davis, adesso pare che prima della firma dell'estensione, ci sia di mezzo la solita telenovela del caso che terra' parecchi tifosi Warriors con il fiato sospeso.

Il ritorno del grande Larry
. Phoenix, Chicago e Indiana stanno ancora cercando un coach all'altezza della situazione, di profeti liberi in giro non ce ne sono molti anche se Stan Van Gundy - da tre mesi alle prese con le telecronache e spiegazioni tecniche per Espn - pare essere un papabile. Morale della favola, in casa Bobcats l'arrivo di Larry Brown si e' fatto sentire, visto e considerato che i media locali - per la verita' non molti - hanno gia' cominciato a dare addosso al giovane Adam Morrison, dicendo che il suo modo di giocare non si attinge a meraviglia alle filosofie di coach Brown. Il motivo? Uno vuole una difesa quadrata, l'altro preferisce tirare da tre punti. In attesa delle buone nuove con le serie play-off quasi tutte pari, beh, ci si accontenta di questo. A proposito, sarei pronto a scommetterci qualcosa che dietro a questo equilibrio ci sia lo zampino di Stern. O meglio, nessuno piu' di lui in questo momento si sta sfregando le mani.

Tuesday, May 6, 2008

D'Antoni verso Chicago. La pizza di Lebron James

Il caso Mike D'Antoni. Dicono che Mike D'Antoni nel giro delle ultime 24 ore sia passato da un ping pong tra Chicago e New York ad essere un prossimo Bulls. Con i Suns che hanno deciso di cambiare - secondo me il calo nei play-off e' dovuto ad uno Steve Nash che non gioca piu' da Mvp - pare che l'ex Milano sia ad un passo dall'accordo con i Bulls, proprio adesso che io di casa a NY cominciavo a sperarci. Al di la' delle chiaccherate in italiano nel dopo partita, passare da Isiah alla mente del Billy, beh sarebbe stato fin troppo geniale per l'operazione di rilancio ordinata da David Stern. E' anche vero che parlando di rumors e di cosa continua a muoversi nel mentre di questi play-off, c'e' da dire che una voce da Dallas che racconta di un Jason Kidd scontento che avrebbe pensato anche a ritornare indietro. Utopia, per adesso e' pura utopia.
Lebron e la pizza. Da qualche giorno Lebron James compare in televisione nei panni di un avvocato alle prese con un processo per frode. Pubblicizzato da una nota bibita a stelle e strisce, prende i panni della difesa e dopo un'arringa fatta di frasi e contro frasi, con un passaggio diretto all'imputato, riesce a scagionare il proprio cliente. Un bel modo di pensare - King James fa sempre tendenza - per non dire un bel modo per parlare d'altro dopo lo scandolo legato alle magliette "Cry baby". Durante la serie vinta con Washington infatti, il colosso della pizza Papa Jones aveva deciso di sponsorizzare delle magliette pro Wizards contro l'asso di Cleveland. Il tutto e' nato ad una serie di proteste in seguito ad un duro fallo del centro Brandon Haywood ai danni di James. Morale della favola, per chiedere scusa e fare marcia indietro, Papa Jones ha sborsato un assegno di 10.000 dollari presso una delle fondazioni dei Cavaliers.
Il pronostico. Comincia oggi la serie tra Boston e Cleveland. Un braccio di ferro fin troppo bello, se si pensa al vero clima dei play-off. Pensando a come andra' a finire, penso che i Celtics in qualche modo riusciranno a portarla a casa e il 4 a 2 se non 4 a 1 sia il risultato piu' scontato. Ma scontato doveva essere anche il 4 a 0 con Atlanta e per nulla scontate, sono le metamorfosi di un certo Lebron James. Sono sicuro che in questa serie, King James fara' delle cose turche simili a quelle in finali di conference dello scorso anno contro Detroit. Cose che non ti aspetti ma che fanno parte del repertorio di un campionissimo del suo calibro. Quanto a Boston, beh la doccia fredda Hawks dovebbe in qualche modo rigenerare il gruppo, anche se via Skype Zeno Pisani mi ha raccontato di una verita' assoluta: "Fede Buffa ha detto: Boston non cambia d'intensita come dovrebbe, cosa che nei play-off e' obbligatoria, mentre Atlanta lo sta facendo".

Sunday, May 4, 2008

Quattro chiacchere con Zeno Pisani

Commento al secondo turno di play-off dopo i pronostici di due settimane fa con l’amico Zeno Pisani.

NO Hornets vs San Antonio Spurs:

Zeno: partiamo con il vantaggio di aver visto già gara 1......ma nonostante quel che è successo ieri non credo negli Hornets (parte II). San Antonio ha questo punto è pericolosissima, con il lusso che Ginobili esce cattivo dalla panchina.

Mitja: Sono d'accordo con te, ma comincio a fidarmi di queste metamorfosi tra il primo tempo in cui non gira e il secondo in cui gli Hornets diventano una squadra che mette tutti in riga. E' una sfida atipica, tra due squadre fin troppo diverse. Mi piace l'intensita' degli Hornets, che a volte si prendono il lusso di comandare anche senza Paul in campo. Da tempo pero', sono innamorato del gioco degli Spurs e mi sento in colpa quando avevo detto Phoenix nel primo turno.

Zeno: Va fatto un distinguo, l' MVP di questi playoff è Paul. Punto. gioca la sua pallacanestro al ritmo che vuole e soprattutto decide lui dove andare con la palla in mano. Anche la difesa Spurs, la migliore della lega in gara 1 non è riuscita a modificare il suo gioco. Occhio però come si adatta Popovic in gara 2. Sofferto 4 a 3 Spurs.

Mitja: Io, figlio di gara uno e con un pronstico che parte da 1 a 0 San Antonio, dico 4 a 3 Hornets.

Detroit Pistons vs Orlando Magic

Mitja: Facile da dire pensando al risultato di ieri sera. Detroit e' vittima di se stessa e Orlando e' un orlogio meno orgoglioso di Philadelphia ma molto piu' collaudato. La differenza la fanno i piccoli di Detroit anche se mi aspetto una reazione di Orlando all'altezza. Per me Detroit va diritta in finale e lo fara' in maniera molto facile. Pronostico? 4 a 2. Se non un secco 4 a 1.

Zeno: il favorito d'obbligo c'è ma ancora una volta Detroit vive con i suoi cambi d'umore. ripeto per l'ennesima volta che all'est come i Pistons non ce ne sono e si posso battere solo da soli. Webber ieri ha dichiarato in tv che nello spogliatoio nessuno ascolta Saunders e pur non essendo una novità, fa specie non sentir smentire queste voci. Orlando 2 di forza e con l'emozione le vince ma non vedo oltre il 4-2 Pistons che hanno i chili e la forza per farmare Howard e in guardia hanno solo miss match a favore. 4 a 2 Detroit.

Los Angeles Lakers vs Utah Jazz

Mitja: A vederli nel primo turno, mi vien voglia di dire 4 a 0 anche questa volta. Penso che sia una questione di spazi, non tanto di triangolo, quanto di spazi. Gasol la in mezzo creare delle voragini in cui la dutilita' di Odom e Kobe Bryant si accoppiano a meraviglia. Gasol e' strategico, come tutta la panca LA. Faccio fatica a pensare alla finale, ma concentrandomi solo su questo turno, dico 4 a 1 LA solo perche' una Utah la puo' vincere. Perdere una partita per i LA potrebbe far bene a ripartire ancora piu' determinati e piu' forti. Rimane il fatto che c'e' un coefficente esperienza attorno a Kobe Bryant che fa paura.

Zeno: Lakers - utah bellissima serie più diffice per i gialloviola di quanto si possa pensare. Il pick and roll di Utah è eseguito alla perfezione e per volere di Jackson si passa dietro i blocchi per difendere sul play esponendosi al tiro da 3. Utah ha un reparto lunghi che fa paura mentre L.A. dietro Gasol ha solo Turiaf, e in più l'atipicità di Odom trova riscontro con Kirilenko. La serie la cambia Kobe.

Mitja: Posso essere d'accordo con te, ma il coefficente Zen fa ancora una volta la differenza. Prima ancora che tutto possa succedere.

Zeno: Bynum fuori per la stagione è un grande , grandissimo problema perchè non abbiamo chili sotto.

Commento ai risultati del primo turno.

Detroit Pistons vs Philadelphia 76 Sixers 4 a 2

Mitja: Avevo detto 4 a 1, ci sono andato vicino. Philly bella favola. Ho visto gara 4, tra l'altro equilibrata fino all'intervallo. Dico che Detroit vive di alti e bassi, ma quando registra due cose diventa una macchina da guerra.

Zeno: Detroit vittima dei suoi cambi d'umore, quando fa sul serio ripeto non c'è ne per nessuno, e gara 1 contro Orlando lo dimostrato. Sono troppi, sono tanti sono profondi ma la serie con Philly come al solito lascia speranze per chi la deve incontrare

Utah Jazz vs Houston 4 a 2

Mitja: A dire il vero non l'ho seguita molto. Houston e' arrivata spompata, anche se la pensavo piu' equilibrata. Non a caso avevo detto 4 a 3 per Utah

Zeno: utah mi fa paura, e parlo dal punto di vista lakers, sono forti dove i lakers sono deboli ovvero in play e nella rotazione lunghi. Houston ha pagato tanto l'assenza di Alston e una quanlità generale che ovviamente paghi. Tristezza assoluta per l'ennesimo assalto fallito da T mac.

Cleveland Cavaliers vs Washington Wizards 4 a 2

Mitja: Non ho mai pensato a Washington come una squadra da secondo turno, sopratutto a fronte della sua avversaria: Cleveland. Credo in Lebron come credevo in una Washigton agguerrita nei limiti del possibili. Avevo detto 4 a 2 e al momento non voglio pensare al futuro di Lebron e soci. Almeno per adesso.

Zeno: Ho sbagliato il pronostico ma resto con le mie idee. Washington al completo è una squadra migliore di Cleveland che vive ancora con le invenzioni di un solo uomo. Vedere Arenas almeno 12 kg oltre il peso forma ha fatto male al cuore e vederlo giocare su una sola gamba ancora di più. I Cavaliers aspettano probabilmente boston e un idea su come batterli se la sono fatta. All eyez on you come ogni volta

Dallas Mavericks vs New Orleans Hornets 2 a 4

Mitja: New Orleans e' una squadra che continua a stupirmi. Lo dico pensando alla partita di ieri sera, al modo con cui cambia i ritmi tra i primi e secondi venti minuti. Dallas, con la partenza lampo di Johnson, dice tutto da sola. Forse, dopo quella famosa finale con Miami, ha concluso in ciclo che sta perdendo, uno ad uno, tutti i suoi protagonisti.

Zeno: La delusione dell'anno da parte mia. Dallas come al solito non riesce a calarsi in clima playoff e subisce tatticamente la serie, logica la conseguenza di cacciare Johnson. Si riparte da Kidd Nowitzki con Howard in cerca di casa, ma questa squadra ha perso le occasioni migliori. New Orleans splendida, vista anche ieri scherzare con gli Spurs e sempre di più abbagliato da West.

San Antonio Spurs vs Phoenix Suns 4 a 1

Mitja: Dovrei stare zitto, ma dico due cose soltanto. San Antonio e' una macchina da guerra che mi lascia qualche sassolino nella scarpa in occasione del capitolo Hornets. Phoenix non ha piu' il Nash delle ultime tre stagioni. Senza di lui, D'Antoni o non D'Antoni, Shaq o non Shaq, Stoudemire o non Stoudemire, non sono gli stessi Suns.

Zeno: Errore indotto dalla fiducia che avevo negli uomini di D'antoni e dell'odio che da los angelino ho verso gli Spurs. Ma il campo parla chiaro, e la musica non è cambiata in questi ultimi 8 anni di dominio texano. A oggi tutti i discorsi "sono vecchi" "non ce la fanno " si sono trasfonmati in "sistema rodato e giocato a memoria" e "campioni che si conoscono a memoria"

Orlando Magic vs Toronto Raptors 4 a 1

Mitja: Non avevo dubbi. Troppo forte e chimica Orlando, troppo confusionaria e dipendente dalle lune di Mitchell Toronto. I Raptors sono una delle migliori a Est, ma peccano una guida tecnica in grado di creare un assetto vincente. Tutto il resto e' noia o fin troppo scontato. Ad un mese dai play-off, parlando con i diretti interessati, si capiva benissimo come sarebbe andata a finire. Il duello tattico Bosh vs Howard e’ un suicidio.

Zeno: Toronto al capolinea. Mitchell inadatto da due anni salvato da la cavalcata dello scorso anno, ma aveva già fatto vedere di non capirci niente. Avevo previsto, senza in realtà sforzami più di tanto, il dominio di Howard nella serie e così è stato. Serie dominata in lungo e in largo, per i prommisi 10 anni in area detta legge lui. Drammatica involuzione di Bargnani, vittima della sfiducia del coach e delle sue debolezze caratteriali. Ma far partire Calderon dalla panca grida sempre vendetta.

Los Angeles Lakers vs Denver Nuggets 4 a 0

Mitja: Mi hanno sorpreso per lo strapotere con cui hanno archiviato la pratica. In chiave secondo turno, beh sono la squadra da battere, anche se poi tutto cambia. Delusione Denver, dopo Yao Ming sono la seconda grossa mia delusione personale nella NBA. E non capisco per colpa di chi. Carl mi sembra una persona in gamba, Iverson e' un grande, Carmelo e' un talento unico e tutti gli altri sono nomi che fanno la differenza. Mi piace un sacco Kleiza, me lo ricordo in pre partita al Madison lo scorso anno quando lo vedevo fare qualcosa come dodici su quindici facili da tre punti. Un collante ideale per qualsiasi team Nba.

Zeno: Lakers con lo sbadiglio, serie più facile del previsto. non prenderei tutto per oro colato perchè la difesa Denver ha esaltato i nostri lati positivi. Certo veder un Gasol in queste condizioni ti fa andare a letto con il sorriso.

Boston Celtics vs Atlanta Hawks

Mitja: Non di nulla. Aspetto questo pomeriggio e poi parlo.

Zeno: Boston sono senza parole, fra 1 ora giocano gara 7, ed è chiaramente la sorpresa dell'anno. Atalanta che ha vinto 37 vittorie in regolular season è salita di colpi ed in casa è impressionante. E' una serie che comunque vada lascia profonde ferite nei biancoverdi, che hanno visto il loro sistema difensivo sgretolarsi difronte allo strapotere atletico dei giocatori Hawks. E' un altro strapotente atleticamente lo incontrano al prossimo turno.

Monday, April 28, 2008

Una domenica a Philadelphia

Un autobus bianco partito puntuale nel mezzo di un cupo pomeriggio newyorkese, mi ha portato a Philadelphia. La mia prima volta lontano dallo skyline di Manhattan. La mia prima volta con un autobus non di linea. Una rotta, quella da Chinatown nel Lower East Side di Manhattan a quello omonimo di Market Street in Pennsilvania, che parla di play-off Nba. Il viaggio e' stato piacevole, dal tipico coas cinese alla quite di un viaggio grosso modo tranquillo. Appena fuori dalla citta', sponda New Jersey, passi vicinissimo alla Statua della Liberta', prima di lasciarsi andare ad una sorta di campagna immersa in verde e piccoli villaggi di provincia.

Messo da parte il gioco dei pronostici che hanno portato sul 3 a 0 solo due squadre - Lakers e Spurs - che ha derelitto Phoenix prima ancora che fosse troppo tardi, rigenerando quintetti che sembravano aver gia' dato come Atlanta e perche' no, anche la stessa Cleveland, c'e' anche il tempo per andare oltre. Oltre come in una citta' di nome Philadelphia, appena due ore e mezza fuori New York. E parlando di almeno due giri di lancette solo perche' l'autista aveva fame a meta' del tragitto e a conti fatti, si sta piu' tempo a prendere il Lincoln Tunnel che contare le mezzore di autostrada tra un tragitto e l'altro.

Ma e' anche vero che tutto torna, cominciando da questi Sixers che mi ricordano molto i Warriors dello scorso anno, con la condizionale che Detroit non e' Dallas. Detroit, quando non difende, quando non usa Chauncey Billups con la regolarita' di un pungilione d'ape, non va lontanto. Detroit si perde, tanto che uno dei siparietti piu' belli di tutta la serata, parla niente meno del pubblico e Rasheed Wallace. Lo beccano sempre, con una regolarita' incredibile, colpa anche un tecnico gratuito nel primo tempo fin troppo regalato. Cose da Sheed, non fosse che l'altro lato della medaglia parla di una Detroit finalmente costante e fin troppo reale da non poter sembrare vera.
Gia', la transizione bilanciata dalle scelte di quel cervello di Andre Miller unita ad una precisione nel tiro da fuori che rilancia un certo Andre Iguodala. Un modo di essere che ha regalato gioia e speranza ad una citta', quella di Philadelphia, che ama il basket in maniera fin troppo particolare. Non a caso, mentre i minuti corrono, mentre la pazienza di Detroit non si consuma di fronte alle prime sfolgorate dei padroni di casa, ti rendi conto che a Philly e' tutto diverso. Almeno sugli spalti. Almeno se parti consapevole che il basket Nba per due anni ha parlato solo la lingua "minore" dei Nets e quella fin troppo delusa dei Knicks.

Capita anche di fare due passi assieme ad un ragazzo americano ma cinese di orgini, studente di Penn University. Lui, abile a raccontare minuto per minuto con perfetti ideogrammi, forte della sua seconda presenza al palazzo in assoluto, mi ha regalato un sorriso di sbeffo quando ho provato a raccontare da dove venivo. Non l'Italia, non Trieste che si fa prima a dire che Gorizia, ma New York. La New York dei canestri.
Tutto il resto, beh, la serie e' tornata in perfetto equilibrio e chi piu' ne paga il prezzo, penso sia proprio quella squadra che di nome fa Boston. A Philly, se pensiamo alle emozioni di Iverson e Denver comparate con quelle della Pennsilvania, hanno gia' vinto qualcosa. A Philly, tra berretti che ricordano gli Eagles e le dinastie dei Flyers, tutti sembrano voler bene a Lou Williams. L'uomo della svolta. L'uomo del ragionamento pacato unito alla logico si puo' costruire. Con o senza quel coach Brown che qualcuno vuole a Washington. Ennesimo capriccio di Micheal Jordan, ennesimo dai a Cesare quel che e' di Cesare, pensando a gara tre e pensando a quanto i Sixers possono ancora dare in ottica gara sei. Di nuovo a Philly, di nuovo tutti con le maglie biance e l'asciugamanino bianco da sventolare.
Se penso a lungo raggio, e' proprio qui che nasce la forza di una Detroit destinata ad arrivare lontanto.

Per dire la vostra: profumodivaniglia@gmail.com.

Saturday, April 19, 2008

COnversazione via Skype con l'amico Zeno Pisani

Detroit Piston vs Philadelphia 76Sixers

Zeno: “Detroit resta la mia favorita a est, troppo completa troppo forte troppo tutto. La panchina durante l'anno si è dimostrata ancora più forte del previsto, occhio a maxiell che esce dalla panca”.
Mitja: Detroit per arrivare al titolo deve crescere. Prendere coraggio e scacciare i fantasmi. Vedi Sanders e le sue pause in panchina, o la Cleveland dello scorso anno. La serie ideale e' 4 a 1 Detroit se non 4 a 0 ma il bello della storia e' che Phily le ha battute tutte durante la stagione regolare. Sono una squadra che gioca non solo di entusiasmo e vince
Zeno: “Philly bella sorpresa dell'anno , sinceramente nn me l'aspettavo a questi livelli. Adoro da losangelino Andre Miller, ambito per tutto l'anno da miami, ma restato ai 76ers. Cmq faccio fatica a immaginare oltre il 4-1 pinstons
Mitja: “Confermo 4 a 1. Fondamentali le prime due gare, amo Racheed Wallace: quando conta fa sempre canestro. Da sotto ma sopratutto da fuori”.
Zeno: mi interessa veder Iguodala contro Prince, scontro chiave difensivo sui due lati

Utah Jazz vs Houston Rockets

Zeno: “La serie più equilibrata in assoluto, con alston fuori le prime due partite la bilancia puo pendere per utah. I Jazz hanno fatto un annata splendida, visti dal vivo sono impressionati per come eseguono a metà campo e poi hanno tutto per andare fino in fondo, l'aggiunta di Korver è determinate. Houston molto bene, a livello motivazionale possono trovare altre energie, ma Mutombo come lo collochiamo nella serie? 4-2 Utah”.
MitjaDunque, Utah non ha l'intensita' delle prime tre, questa e' una pecca, ma Utah e' un diesel. Un esempio del perche' il basket Nba a livello di struttura e logiche di gioco e' diverso da quello europeo. Utah ha diverse chiavi, dopo le ultime mosse di mercato ha cambiato parecchio, cercando di andare la dove doveva andare e cercando di arrivare al ballo finale il piu' perfetta possibile. Dubito. Dubito che possa andare oltre al secondo turno”.
Zeno: Non vedo un uomo in grado di fermare Deron Williams, troppe armi nell'arsenale di Sloan.
Mitja: Houston mi piace per la favola delle 22 vittorie di fila che forse erano 23 e adesso a botta calda non mi ricordo. Houston con il suo fare secondo me ha dato tutto un mese, ha messo in cassaforte un record che parla di una storia di tutti i tempi, ma se esce al primo turno non mi meraviglio. Certo, ha tanti numeri, c'e' il rammarico di un cinese che la storia del basket Nba - leggi record - ha dimostrato alla faccia della gloria nazionalistica dei cinesi che non conta nulla al di la dei rimbalzi che prende e dei punti che segna, e' solo un giocatore da circo. Un attrazione da circo cinese.
Zeno: Tuo pronostico?
Mitja: La chiave mi fa pensare a Scola, al suo cuore e a quel suo modo di essere che tappa dei buchi che poi giocatori a livello USA sono in grado di tappare. Semplice, e' argentino e di scuola europea. Mi sta bene, ma se lui si inventa Ginobili, cosa possibile, Houston rimane a galla di piu'. Pronostico? Difficile, anche se dico 4 a 3 Utah. Attenti a Utah fuori casa nei play-off perche’ va sempre sotto.

Cavaliers vs – Washington Wizards

Mitja: 4 a 2 Cleveland. Credo in Lebron e nella sua metamorfosi del quando le partite contano.
Zeno: Washington tutta la vita, Cleveland non mi piace, miracolata lo scorso anno nei playoff con un solo giocatore e il vuoto attorno. Ovvio che quel giocatore si chiama Lebron perciò tutto è possibile
Mitja: Gilbert Arena favola bellissima del suo rientro a certi ritmi, ma anche se Cleveland si porta alle spalle i segni di una trade solo psicologica (fatto esclusivamente per far vedere a Lebron che lo calcolano) beh, almeno il primo turno lo passano
Zeno: no mi piace washinton per come gioca, adoro la princeton offense, come sistema di continuità offensive e dopo la scomparsa di Kidd da New Jersey , i Wizard sono quelli che eseguono meglio. Ho due innamoramenti: Gilberto , da North Hollywood visto già dai tempi di Arizona.
Mitja: Lebron e' un transformista. E' capace di non aver voglia di fare nulla per settimane e poi quando conta ti porta Cleveland in finale come lo scorso anno. No il primo turno lo passano. Pronostico 4 a 2 Cavs
Zeno: che ti cambia da solo una partita e caron batler che ho visto e rivisto nell'anno lakers ed era chiaro che veniva fuori fortissimo. La chiave è come difende cleveland sui 3 di Washington. Ribadisco 4-2 Washington
Mitja: Ripeto, 4 a 2 Cleveland. Ho visto Lebron al Madison diverse volte. Quando non ha voglia di giocare come contro i Knicks dei bei tempi, non gioca. Poi quando le cose si mettono male, cambia marcia e' diventa il Lebron che si legge sui giornali. Troppo forte James per vederlo fuori al primo turno.

Dallas Mavericks vs New Orleans Hornets

Mitja: E' difficile. Molto difficile. Dipende quando Jason Kidd e' ancora vero Jason Kidd. La mia favola, anche se quando Nowitzki si era fatto male non gli vedevo nelle prime otto, parla di Kidd che si inventa la prima tripla doppia in maglia Mavs. Dallas non so quanto puo andare lontano e New Orleans vive di un sistema che funziona.
Zeno: Solo Chris Paul non ha esperienza playoff negli Hornets ma è una discorso che lascia il tempo che trova perchè il play da Wake Forest è una gemma rara nel panorama NBA. Visti quest'anno vincere a Golden State dominando emotivamente la partita. la loro esecuzione a metà campo è splendida
Mitja: Ripeto molto difficile. Il fattore campo non conta, l'esperienza o inesperienza di qualcuno forse si. Penso NO anche se Dallas potrebbe imparare proprio da quella serie di precedenti che negli anni scorsi e' costata chiara. Pronostico secco 4 a 3 NO
Zeno: Dallas era la mia favorita a inizio anno, sembrava troppo per tutti. A me impressiona West , visto al college a Xavier, dove era un'altro tipo di giocatore. Adesso è uno da 20 e 10 rain or shine. inutile nascondersi che la chiave è il duello dei playmaker Kidd – Paul. E paul se c'è una tipologia di play che soffre è quello grosso. Dico Dallas 4-2 perchè la panchina di N.O. non puo reggere a una serie del genere.

Boston Celtics vs Atlanta Hawks

Mitja: 4 a 0 e mamma butta la pasta. Attenzione ai Celtics, tutto sempre troppo facile. Quando poi le cose si fanno serie, tutto cambia. Nuove situazioni, nuove dimensioni.
Zeno: Risultato scontato per forse la serie meno equilibrata di tutte. I Celtics sono impressionanti e come avevo scritto a dicembre non li pensavo a un così alto livello difensivo allora , figuriamoci oggi dove ogni ingranaggio è rodato. Hanno aggiunto panchina e hanno Garnett che cambia le serie. Mi piace Atlanta ha Childress e Smith che sono super ma mi stupirei se non fosse 4-0

San Antonio Spurs vs Phoenix Suns

Mitja: Avrei voglia di essere polemico con Stern. Avrei voglia di non dire nulla.
Zeno: Uhmmmmm mille match up che possono decidere la serie.....potrebbe essere tranquillamente la finale all'ovest. Serie da gustare in ogni possesso
Mitja: San Antonio e' pronta. L'intensita' e' quella dei giorni migliori e un Ginobili cosi' non si vedeva da diverso tempo.
Zeno: Riesci a individure una chiave nella serie?
Mitja: Stoudemire inposizione di numero quattro. Se va in doppia cifra fissa con una percentuale di tiro decente, beh mi piace credere a Phoenix. Ma San Antonio potrebbe essere piu' forte. Shaq e' un sogno che mi parla dei libri di storia.Tre titoli e tre squadre diverse. Lui e' l'uomo che ha cambiato le regole. Comunque, non so cosa dire. San Antonio non sbaglia mai. Ma dico Phoenix con il cuore. 4 a 3
Zeno: San Antonio mi fa paura, non li do mai per morti dopo che lo scorso anno han vinto scioltezza quando a gennaio tutti ma proprio tutti li davano morti. Duncan è in flessione, sono più vecchi ma è un sistema rodato che sale di colpi storicamente ad aprile. Ginobili vale Lebron e Kobe nai playoff, bisogna vedere cosa puo dare parker che contro nash ha via libera
Zeno: Cosa fa la panchina di san antonio, i berry, i finley contro il ritmo di Phoenix. Phoenix se vince questa serie arriva fino in fondo, non ho ancora capito e condiviso la mossa Shaq (forse è il terrore di vederlo contro i miei Lakers) ma snaturare una macchina che funziona è sempre un rischio. A metà campo sono più pericolosi con Studemire e O'neill
Mitja: Vuoi parlare di Steve Nash che lo scorso anno doveva essere uno dei pochi a centrare tre mvp di fila, prima che il marketing NBA facesse la diffrenza?
Zeno: Nash cambia le partite e la sua grandezza l'ha dimostrata per come si è adattato a un diverso tipo di gioco. gioca due pallacanestro differenti all'interno della stessa partita. Dico: 4-2 Phoenix.

Orlando Magic vs Toronto Raptors

Mitja: 4 a 1 Orlando ma solo perche' sono inesperti. Penso che Van Gundy abbia investito su Howard, altro uomo da capitolo "cambiare le regole". Orlando e’ in grado di giocare alla pari una semifinale contro tutti e non mi stupirei se strada facendo si mettesse in mezzo a Boston e Detroit.
Zeno: Toronto a inizio anno era molto intrigante con il mix europa america, ma su un eterna incomprensione interna. Mitchell chiaramente non "vede" Bargnani , e con Calderon, dominante per tutta la stagione , sta faciendo la stessa cosa. E' una squadra in crisi con un finale di campionato da dimenticare e tanti problemi interni, difficile che con l'inizio dei playoff tutto scompaia. Peccato perchè Delfino è un super giocatore e Parker è fantstico complemento. Orlando solidissima allenata ottimamente da Van Gundy minore e con Turkoglu dominate per tutto l'anno
Mitja: Toronto potrebbe giocare, divertirsi e divertire. Detta all'italiana Mitchell deve andare a casa. Detta all'americana, non hanno ancora capito se credere nell'identita europea o meno. DI fatto e' in calo e dentro lo spogliatoio in pochi continuano a credere a Mitchell.
Zeno: Non vedo l'uomo per Howard, probabile spendano Nestorovic su di lui ,ma la risposta va cercata altrove. 4-2 orlando
Zeno: Mitja tu che hai visto tanto Orlando quest'anno dove pensi che possano pagare in ottica playoff?
Mitja: Inesperienza. Mancanza di continuita' tra l'impatto interno di Howard e il resto della squadra. C'e' Turkoglu, ma penso che Orlando per andare lontano deve vivere di chimiche particolari. Climi o metamorfosi da play-off. Attenti che questi hanno gia' battuto Detroit e Boston quando Detroit e Boston non potevano perdere ad inizio stagione per motivi di credibilita' a Est.

Los Angeles Lakers vs Denver Nuggets


Zeno: Lakers Denver, provo a non lasciarmi trasportare....
Mitja: E' una questione di spazi e di un uomo chiamato Kobe Bryant. Nell'ultimo audio in italiano che non era il mio, l'ho visto prudente, segno che sta maturando ancora. Il concetto e' che Gasol crea spazi e Jackson sa fare una cosa che pochi sanno: gestsire Bynum senza bruciarlo o lasciarlo coinvolgere in ottica play-off. Anche senza Bynum questi sono una squadra incredibile e le risposte sono in quel numero 8 che, per essere davvero il numero uno, sa dare degli inpout che vanno oltre alla normale immaginazione dell'essere umano.
Zeno: Faccio fatica a contenere l'entusiasmo per come li ho visti nelle due fasi della stagione. Gennaio erano super con Bynum e Ariza. Perso il centro, che non rientrerà per lo meno per le prime 3 partite, hanno trovato in Gasol il migliore fra le star per la triangolo. E per non parlare di Odom, sicuro partente a febbraio (offerto a chinque) da quando è arrivato il catalano è l'uomo chiave e il titolo Lakers passa da lui
Mitja: Denver e' come l'Inter: non vince mai. Ha nomi, talento ma non ha chimica. Con un altro accoppiamento avrei detto altre cose, ma contro i Lakers confermo 4 a 2 LA. Chiaro che sono pronto per il secondo turno.
Zeno: Ad marzo avevano la stessa chimica e la stessa intensità difensiva di due mesi prima con uomioni completamente diversi. Miglior panchina dell'nba e qui nn discuto, unico grande grandissimo dubbio la difesa del playmeker sul pick and roll avversario. Fisher due anni fa era stato mandato via sostanzialmente epr quello e non è che in due anni sia cambiato tanto. 4-1 lakers perchè antony e iverson una di orgoglio te la vincono


Zeno: Ultima cosa pronostico secco: titolo NBA?
Mitja: Il cuore dice LA in finale magari con Boston. Di fatto. Sono cambiate troppe cose per deciderlo adesso. Bisogna aspettare di vedere Boston al secondo turno, Detroit, Phoenix e San Antonio al primo. Ma attenzione a LA, non a caso da quando Gasol e' rientrato, hanno sigillato la prima posizione a ovest.
Zeno: Il cuore va a braccietto con quello di Mitja, la ragione mi dice Detroit perchè arrivano più "leggeri" in fondo a est.

Tuesday, April 8, 2008

Fire Isiah, finalmente e' tutto vero

Per una volta le luci di New York fanno pensare a quel funerale che in tanti avevano annunciato ma nessuno, nemmeno i contestatori della 33 strada, erano riusciti a mettere in piedi. Il resto, visto che oramai siamo arrivati al capolinea dell'avventura di Isiah Thomas al Madison Square Garden, parla della prima da presidente di Donnie Walsh attesa niente meno che per domani sera. Anzi, visto che prima di sedersi a bordo campo l'ex Indiana dovra' passare qualche ora nel nuovo ufficio, allora, c'e' gia' chi urla al licenziamento anticipato.
Nel giorno in cui tutta l'America degli anelli ricorda le finali tra Houston e New York con Pat Ewing e Hakeem Olajuwon prossimi ad entrare nella Hall of Fame, nel giorno in cui si comincia a parlare seriamente di draft con le dichiarazioni del commissioner Stern pronto a non aprire le liste agli under 20, c'e' anche chi si rimbocca le maniche ed e' pronto a sentire l'ultima parte di una storia che finalmente, rida luce e onore ad una delle franchige piu' famose d'America, i New York Knicks.
A quanto pare, il partito dei pro-Mark Jackson (secondo me scelta molto dubbia in quanto NY in questo momento avrebbe bisogno di un coach con una certe esperienza in grado di costruire subito e con idee chiare) si sfregano gia' le mani, considerando che una delle voci che sta prendendo piede da qualche giorno, parla proprio di un addio anticipato di Isiah con due, forse tre giornate di anticipo rispetto alla fine della sua ennesima deludente regular season.

Storie di un'America che non cambia, di un'America che a modo suo si prepara come sempre al bello dei play-off, ad una lotteria in cui a Ovest e' ancora tutto da decidere mentre a Est, tanto per far finta che esiste lo stesso dio, c'e' chi e' pronto a scommettere sul rientro anticipato di Jermaine O'Neal. Potrebbe essere lui l'uomo rimonta di Indiana nella sfida diretta con Atlanta. Uno scherzo del destino ben diverso da quanto accade dall'altra parte dell'oceano. Dallas, che ha recuparto in extremis Nowitzki, ritorna a girare e dopo aver preso in giro una Phoenix ancora da migliorare, pare averne di piu' rispetto a Denver e Golden State. Tre le due io dico Warriors tutta la vita, non tanto perche' credo nel rilancio del Beli, quanto per lo spettacolo assicurato unito l'ultima frase di Don Nelson in diretta tv. "Noi ci esaltiamo di fronte a sfide in cui abbiamo tutto da perdere". E come dargli torto, anche se New Orleans, pensando alla gara di domenica, non e' prima per caso. Chi invece mi delude e' proprio Denver, capace di riaprire i giochi e poi, quasi a ricordarmi l'Inter dei giorni migliori, abile a mandare tutto all'aria con una squadra a caso, Sacramento.

In tutto questo posso dire che Andrew Bynum difficilmente sara' pronto prima della fine della stagione regolare, in altre parole, Lakers si', ma Lakers tutti da confermare e rivedere. Non a caso, quando penso al caos generale, agli alti e bassi di chi avrebbe dovuto salire sulla rampa di lancio, mi rendo conto che su una cosa non si discute: coach o non coach, Boston, Detroit e San Antonio non battono ciglio.

Wednesday, April 2, 2008

Tutti in carrozza: Denver entra, Dallas e' prossima ad uscire.

(tempo massimo di lettura 1'13''. Scritto ascoltando i rumori di un classico mercoledi' mattina. Dai pompieri, agli uomini delle imondizie, al cane che abbaia).

Faccio un po' di fatica ad alzarmi e attaccare, sopratutto quando fuori scopri che a conti fatti non esiste soltanto pallacanestro. Un dato di fatto per mandare in malora tutti quelli che compaiono sulla famosa lista nera, sempre che il colore nero faccia giustizia alla voglia di essere o di fare. Ma e' anche vero che si va avanti cosi', con i Nets ufficialmente fuori dai play-off, figli di un fallimento che allontana ogni tipo di speranza. Non a caso l'altro giorno, si leggeva che Rod Thorn parla di fiducia al nanetto Frank, uno dei principali indiziati di questo fallimento assieme all'ex stella Vince Carter. Dovevano mandarlo via a suo tempo, invece l'han tenuto forse per pretendere di avere ancora qualcosa in cambio nella rincorsa a Jermaine O'Neal.

Favole di mezzanotte, o anche solo, considerazioni finali, visto e considerato che i miei play-off mi portano niente meno che a Philadelphia o Boston. Una partita a serie, almeno per adesso, almeno fino a quando l'unico mezzo a disposizione di quattro giornalisti internazionali rimane una macchina per baipassare le attese dell'autobus. Una macchina da noleggiare che a New York non fa proprio tendenza, anche se per una volta si puo' tranquillamente provare.
Ma parliamo di altro, visto che sono andato a vedere cosa manca tra Dallas e l'essere ufficialmente fuori dai play-off. Stasera contro i Warriors si potrebbe capitolare in termini di scontri diretti intanto, visto che gara uno con Phoenix a parte, i miei pronostici erano giusti. Denver entra di diritto nelle prime otto a ovest, mentre Golden State segue a ruota proprio per un discorso molto semplice: Dirk Nowitzki e' troppo importante per il sistema Mavericks. Lo stesso che si ruppe due anni in finale contro Miami quando, avanti 2 a 0 con un margine da gestire in gara tre nel terzo quarto, gli Heats, senza alcun senso logico, cambiarono la storia.

Forse e' ancora una volta merito del signor O'Neal, quello che sabato scorso nel New Jersey, dopo aver sorriso a mezzo mondo, ha cercato di dare delle spiegazioni logiche al suo ritorno a ovest. D'Antoni, che ne capisce, sostiene che con lui corrono di piu', segnano di piu' e subiscono anche meno. Shaq, di umore e importanza mediatica ben diversa, ha parlato di motivazioni, di cambiamenti o anche solo di esperienze. Il bello e' che a sentire Stoudemire, il loro rapporto e' praticamente professionale e nulla di piu'. Insomma, stando alle sue parole, Shaq sta a lui come Nash sta a Shaq. Normali compagni di squadra, potremmo dire, un' amore nemmeno a prima vista anche se poi, dove finisce la malizia, cominciano i dati di fatto: Amare e' uno di una presunzione unica, anche se quando c'e' da parlare, beh si sfoga come tutti senza passare da dichiarazioni "pericolose" o di poche parole come quelle di Rasheed Wallace o Kenion Martin.

Di fatto, mentre Phoenix tiene il passo delle grandi, mentre Manu diventa Mvp dei poveri (che poi magari vincono di nuovo) mi preoccupa lo stato di forma dei miei Lakers. Zeno Pisani non mi ha ancora mandato la mail che aspetto da due mesi: Bynum e' pronto, Gasol anche. E Kobe, che e' la pallacanestro ma in termini di Mvp quest'anno e' dietro a Chris Paul, non puo' continuare a fare tutto da solo. Certo, i mesi di grande basket hanno lasciato il segno, nel senso che si vede nella loro geometria una certa abitudine a spazi diversi - qualcuno lo chiama triangolo offensivo - che prima non esistevano, ma e' anche vero che senza quei due, i Lakers sono una squadra che vale Golden State, Denver, Utah o la derelitta Dallas. Non una pronta al balletto finale.

Cosa manca, posso dirvi che ieri in televisione hanno presentato il progetto della nuova arena a Brooklyn, futura casa dei New Jersey Nets, una stazione di metro da dove abito. Un sogno ad occhi aperti se si dice che come sbarcano ad Atlantic Avenue, si portano dietro Lebron James anche se poi, rispetto ai tranquilli pomeriggi nel New Jersey, le locker room diventano dei veri e proprio fortini d'assalto come al Madison. Venti giornalisti per un giocatore contro i cinque, sei di media in giro per la lega. Un po' troppi per chi alla fine si era abituato a cifre nettamente inferiori.

Thursday, March 27, 2008

Jordan primo, Kobe secondo, Iverson terzo

(tempo di lettura 2'05". Scritto ascoltando Mana con En El Muelle de San Blas)

Era da un po’ di tempo che non mi andava di parlare con il mio computer. Questione di naso o forse, anche solo di intrigarsi di un viaggio sull’isola che non c’e’. Come quando cerchi di capire le alchime dei grandi giornali, del perche’ oggi si’ e domani no. Del perche’, ogni qualvolta giochi a scacchi, cominci sempre a mangiare la prima pedina. Poi la seconda, quindi la torre, il cavallo, il re e la regina. Sempre che, non siano gli altri a mangiare te. Sempre che, come dice il Buddha, ci sia la voglia di desiderare. Perche’ in tal caso cambia tutto e nulla riesce.

Come quando leggevo in Italia di questa storia di D’Antoni a New York, una citta’ ancora innamorata di Isiah al punto tale che Dolan, preso Donnie Walsh, c’e’ ancora continuo a volerlo nell’organigramma sociale. Un po’ come il grande Pino Brumatti. Una partita a carte, un colpo di asso e un tre di briscola o anche solo una questione di denari. Tanto, quando si trattava di metterla dentro, loro arrivano sempre prima di tutti gli altri. Tanto, aspettando di capire se a qualcuno in Italia interessa la storia del primo ritorno di Allen Iverson in quel di Philadelphia – gira voce che ci sia scappato il record di chiaccherata Nba con i giornalisti, esterefatti per i suoi 35 minuti di lunga e continua conversazione senza pause – mi da un fastidio da morire ammettere che anche Don Nelson e’ capace di sbagliare. In ottica professionale, la gestione del caso Chris Webber e’ stato un autentico errore. Un disastro non solo di soldi, ma anche di speranze. E se hanno letteralmente “cappellato” con un Webber fin troppo fiero di annunciare il suo ritiro a qualche settimana di distanza dall’inizio dei play-off, mi chiedo cosa bisogna pensare del caso Belinelli. Uno dimenticato anche da dio, non fosse che noi gli vogliamo ancora tutti bene. Cosi’ bene che quando pensiamo a Gallinari, avremmo una voglia matta di mandarli al diavolo, questi americani, figli di statistiche e gerarchie fin troppo militari: oggi no, domani forse, dopo domani sicuramente si’.

Non questa storia dei gradi, del volere ma non potere, beh meglio lasciarla a quelli che, il potere, lo amano gestire alla faccia del piu’ bel sistema di anarchia di tutti i tempo. Quello dei pirati dei Caraibi, quella di Vince Carter o anche solo, quella che ha trasformato il sistema in una democrazia popolare. Quale? Semplice, dalla 5a strada gira voce che la maglietta piu’ venduta degli ultimi dieci anni (1998-2008) e’ quella di Micheal Jordan. Quindi vengono Kobe Bryant, Allen Iverson e Lebron James. Quinto Shaq, sesto Mc Grady, poi chiudono Wade, Kidd, Carter e Duncan.
E per una volta, visto che anche se in America certe storie arrivano con il retrogusto fin troppo imperialistico, alzo una mano, un pugno o anche solo un dito in favore della causa del Tibet. Detto tra le righe di un blog che ritorna a scrivere dopo una settimana di anarchia brooklyniana, beh sembra tutto fin troppo scontato. Di fatto, visto che le parole non si inventano ma al limite si scrivono, penso sia il caso di schierarsi. E nella vita, non e’ sempre cosi’ scontanto.

Bene, chiudo con un pronostico, ma solo perche’ sto ancora cercando di vendere il servizio di Allen Iverson in Italia a qualcuno che si dimostri interessato, e vi dico che Dallas senza Nowitzki esce dalle prime otto nel giro delle prossime due settimane. E Denver, che ho visto sorridere poco meno di una settimana fa, beh Denver entra per pelo al punto tale che, tra le squadre da evitare al primo turno io, non so perche’, ci metto proprio quella di George Karl. Quella di un Nene che nel New Jersey rideva e scherzava con il mitico Fabio Malavazzi, corrispondente brasiliano di Espn. “Evita la stampa – mentre io mi chiedevo a chi poteva interessare la sua storia alla stampa del Bel Paese – ma sta meglio e ha passato il brutto incubo. Mi dicevano che ci ha rimesso un testicolo. Comunque, grazie al cielo, e’ passato. Sai Mitja, non e’ facile. Non e’ facile soprattutto per uno che potrebbe avere tutto e alla fine scopre di non avere niente”. E come dargli torto.
Beh, se fidarsi di se stesso ha un senso, vi dico che i Nuggets mi piacciono questa settimana con Dallas, quindi con Golden State. Due partite molto difficile in cerca di pronostico. O forse, solo in cerca di quella benedetta anarchia.

 

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